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Umberto Eco frasi: 243 pensieri e immagini del famoso intellettuale

Un uomo di enorme cultura, studioso, filosofo e scrittore. Questo e molto altro è stato Umberto Eco. Ricordiamolo attraverso i più famosi aforismi e le sue migliori frasi.

Frasi Umberto Eco

Umberto Eco è stato non solo un celebre scrittore, ma si è dedicato anche alle opere di traduzione e agli studi filosofici. Sicuramente non ha bisogno di presentazioni: ha fatto parte del Gruppo 63 e della cultura italiana per tutta la sua vita, dando un contributo fondamentale con le sue opere.
Scopriamo insieme il suo pensiero, arguto e sagace, attraverso aforismi e frasi di Umberto Eco su alcuni dei temi che più gli erano a cuore.

Aforismi di Umberto Eco

Per iniziare, una serie di brevi frasi famose di Umberto Eco, considerazioni generali sui più disparati temi e argomenti. In queste frasi, Umberto Eco affronta argomenti tratti sia dalle interviste che dalle sue opere, come la teoria del riso tratta dal celeberrimo Nome della rosa, o la Fenomenologia di Mike Bongiorno, tratta dal Diario Minimo.

Lascia parlare il tuo cuore, interroga i volti, non ascoltare le lingue…

L’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.

L’aria fresca della sera è il respiro del vento che si addormenta placido tra le braccia della notte.

Poiché nessuno pensa che le sue sventure possano essere attribuite a una sua pochezza, ecco che dovrà individuare un colpevole.

Nulla infonde più coraggio al pauroso della paura altrui.

La verità è una giovinetta tanto bella quanto pudica e perciò va sempre avvolta nel suo mantello.

Perché un angolo retto misura novanta gradi? Domanda mal posta: lui non misura niente, sono gli altri che misurano lui.

Si può essere ossessionati dal rimorso tutta la vita, non per aver scelto l’errore, di cui almeno ci si può pentire, ma per essersi trovati nell’impossibilità di provare a sé stessi che non si sarebbe scelto l’errore.

Chi ride è malvagio solo per chi crede in ciò di cui si ride.

Se un pastore falla deve essere isolato dagli altri pastori, ma guai se le pecore cominciassero a diffidare dei pastori.

Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria.

Avevo sempre creduto che la logica fosse un’arma universale e mi accorgevo ora di come la sua validità dipendesse dal modo in cui la si usava. D’altra parte, frequentando il mio maestro mi ero reso conto, e sempre più me ne resi conto nei giorni che seguirono, che la logica poteva servire a molto a condizione di entrarci dentro e poi di uscirne.

Lo stupido è insidiosissimo. L’imbecille lo riconosci subito (per non parlare del cretino), mentre lo stupido ragiona quasi come te, salvo uno scarto infinitesimale.

In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione.

Quando i veri nemici sono troppo forti, bisogna pur scegliere dei nemici più deboli.

Quello che esce indenne dal riso è valido. Quello che crolla doveva morire.

L’ordine che la nostra mente immagina è come una rete, o una scala, che si costruisce per raggiungere qualcosa. Ma dopo si deve gettare la scala, perché si scopre che, se pure serviva, era priva di senso.

I semplici pagano sempre per tutti, anche per coloro che parlano in loro favore.

Il vero è tanto più gradito quanto sia ispido di difficoltà, e più stimata è la rivelazione che assai ci sia costata.

A volte vedo qualcuno e penso che dovrei ammazzarlo, ma non ricordo perché.

Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.

L’eroe vero è sempre eroe per sbaglio, il suo sogno sarebbe di essere un onesto vigliacco come tutti.

Si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà.

Si possono dire le cose sbagliate, basta che le ragioni siano giuste.

Io non vi dico di prepararvi all’altra vita, ma di usare bene quest’unica vita che vi è data, per affrontare, quando verrà, l’unica morte di cui avrete mai esperienza. È necessario meditare prima, e molte volte, sull’arte del morire, per riuscire dopo a farlo bene una sola volta.

Solo di fronte al riso la situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire. E quindi il riso, l’ironia, la beffa, il marameo, il fare il verso, il prendere a gabbo, è alla fine un servizio reso alla cosa derisa, come per salvare quello che resiste nonostante tutto alla critica interna. Il resto poteva e doveva cadere.

La superstizione porta sfortuna.

Lo stupido può anche dire una cosa giusta, ma per ragioni sbagliate.

L’uomo, abbandonato a se stesso, è troppo cattivo per essere libero.

È bello qualcosa che, se fosse nostro, ci rallegrerebbe, ma che rimane tale anche se appartiene a qualcun altro.

L’odio riscalda il cuore.

È sempre meglio che chi ci incute paura abbia più paura di noi.

La paura di morire dà fiato ai ricordi.

L’insinuazione efficace è quella che riferisce fatti di per sé privi di valore, ancorché non smentibili perché veri.

Quando si vive coltivando speranze impossibili si è già un perdente.

La comicità è la percezione dell’opposto, del diverso; l’umorismo ne è il sentimento.

Il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti del viso, rende l’uomo simile alla scimmia.

I perdenti, come gli autodidatti, hanno sempre conoscenze più vaste dei vincenti.

Sì, c’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano?

Oggi per controbattere un’accusa non è necessario provare il contrario, basta delegittimare l’accusatore.

Tutte le eresie sono bandiera di una realtà dell’esclusione. Gratta l’eresia, troverai l’emarginato. Ogni battaglia contro l’eresia vuole solamente questo: che l’emarginato rimanga tale.

Lessi citazioni da Avicenna, dove l’amore viene definito come un pensiero assiduo di natura melanconica, che nasce a causa del pensare e ripensare le fattezze, i gesti, i costumi di una persona di sesso opposto: esso non nasce come malattia ma malattia diviene quando non essendo soddisfatto diventa pensiero ossessivo, e come conseguenza si ha un moto continuo delle palpebre, un respiro irregolare, ora si ride ora si piange, e il polso batte.

La bellezza del cosmo è data non solo dalla unità nella varietà, ma anche dalla varietà nell’unità.

Ciascuno di noi ogni tanto è cretino, imbecille, stupido o matto. Diciamo che la persona normale è quella che mescola in misura ragionevole tutte queste componenti, questi tipi ideali.

Una delle prime e più nobili funzioni delle cose poco serie è di gettare un’ombra di diffidenza sulle cose troppo serie.

Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide, anzi è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti.

I giornali non sono fatti per diffondere ma per coprire le notizie.

I vestiti sono degli artifici semeiotici, cioè delle macchine di comunicazione.

Io ho il diritto di scegliere la mia morte per il bene degli altri.

La gente crede solo a quello che sa già.

Per non apparire sciocco dopo, rinuncio ad apparire astuto ora.

Chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera.

Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.

[Istanbul] C’è un solo modo per conoscerla bene: girare da solo, a piedi, e smarrirsi.

Non c’è maggior successo che l’incontro piacevole tra due fallimenti.

Tale è la ventura della parodia: che non deve mai tenere di esagerare. Se colpisce nel segno, non farà altro che prefigurare qualcosa che poi altri faranno senza ridere – e senza arrossire – con ferma e virile serietà.

Il cinema è un alto artificio che mira a costruire realtà alternative alla vita vera, che gli provvede solo il materiale grezzo.

Quando entra in gioco il possesso delle cose terrene, è difficile che gli uomini ragionino secondo giustizia.

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Umberto Eco: frasi celebri sull’amore

Sicuramente non troverete, quando si parla di Umberto Eco, frasi d’amore classiche e smielate, ma potete scoprire un modo completamente diverso di trattare questo sentimento. Anche quando parla d’amore, infatti, Umberto Eco lo fa scegliendo sempre le parole giuste, lasciando al lettore un ventaglio di possibili spunti di riflessione.
Se cercate un pensiero profondo da dedicare, lo troverete nelle prossime frasi di Umberto Eco sull’amore:

Scoprii che più amara della morte è la donna, che è come il laccio dei cacciatori, il suo cuore è come una rete, le sue mani funi.

L’amore vero vuole il bene dell’amato.

Certe cose le senti venire, non è che ti innamori perché ti innamori, ti innamori perché in quel periodo avevi un disperato bisogno di innamorarti. Nei periodi in cui senti la voglia di innamorarti devi stare attento a dove metti piede: come aver bevuto un filtro, di quelli che ti innamorerai del primo essere che incontri. Potrebbe essere un ornitorinco.

L’assenza è all’amore come il vento al fuoco: spegne il piccolo, fa avvampare il grande.

Dunque il geloso (che pure vuole o vorrebbe l’amata casta e fedele) non vuole né può pensarla se non come degna di gelosia, e dunque colpevole di tradimento, rinfocolando così nella sofferenza presente il piacere dell’amore assente. […] Il contatto amoroso, che il geloso immagina, è l’unico modo in cui possa raffigurarsi con verisimiglianza un connubio altrui che, se non indubitabile, è per lo meno possibile, mentre il proprio è impossibile.

Non si ama qualcuno per tutta la vita, da questa speranza impossibile nascono adulterio, matricidio, tradimento dell’amico… Invece si può odiare qualcuno per tutta la vita.

La creazione, anche se produce l’errore, si dà sempre per amore di qualcuno che non siamo noi.

Dell’unico amore terreno della mia vita, non sapevo, e non seppi mai, il nome.

Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale. È l’amore che è una situazione anomala.

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Aforismi di Umberto Eco sulla lettura e sui libri

Nipote di un tipografo, studente sceso sotto il 30 solo 4 volte in tutta la sua carriera universitaria, accademico e, sopratutto sincero amante della parola scritta.
Possessore di oltre 30.000 libri (che sono in procinto di essere donati all’Università di Bologna), Umberto Eco ha lasciato un patrimonio inestimabile alla cultura italiana.
Ecco allora una raccolta di aforismi sui libri e frasi sulla lettura di Umberto Eco, dedicata a tutti i bibliofili!

Il libro, creando un pubblico, produce lettori che a loro volta lo condizioneranno.

Se si ritiene che il nostro lettore sia un idiota, non si usino figure retoriche, ma usarle spiegandole significa dare dell’idiota al lettore. Il quale si vendica dando dell’idiota all’autore.

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5.000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

Un romanzo è una macchina per generare interpretazioni.

Una volta un tale che doveva fare una ricerca andava in biblioteca, trovava dieci titoli sull’argomento e li leggeva; oggi schiaccia un bottone del suo computer, riceve una bibliografia di diecimila titoli, e rinuncia.

Certo ci sono bibliofili che collezionano a soggetto e persino leggono i libri che accumulano. Ma per leggere tanti libri basta essere topo di biblioteca. Il bibliofilo, invece, anche se attento al contenuto, vuole l’oggetto, e che possibilmente sia il primo uscito dai torchi dello stampatore.

La dolorosa meraviglia che ci procura ogni rilettura dei grandi tragici è che i loro eroi, che avrebbero potuto sfuggire a un fato atroce, per debolezza o cecità non capiscono a cosa vanno incontro, e precipitano nell’abisso che si sono scavati con le proprie mani.

[su George Orwell] Le pagine sulla tortura, sul sottile legame d’amore che lega il torturato al torturatore, le avevamo già lette da qualche altra parte, se non altro in Sade. L’idea che la vittima di un processo ideologico debba non solo confessare, ma pentirsi, convincersi del suo errore e amare sinceramente i suoi persecutori, identificarsi con essi (e che solo a quel punto valga la pena di ucciderla), Orwell ce la presenta come nuova, ma non è vero: è pratica costante di tutte le inquisizioni che si rispettino. Eppure ad un certo punto indignazione ed energia visionaria prendono la mano all’autore e lo fanno andare al di là della “letteratura”, così che Orwell non scrive soltanto un’opera di narrativa, ma un cult book, un libro mitico. Le pagine sulla tortura di Winston Smith sono terribili, hanno una grandezza cultuale, appunto, e la figura del suo persecutore ci prende alla gola, perché anche costui abbiamo già conosciuto da qualche parte, sia pure travestito, e a qualche liturgia noi abbiamo già in qualche modo partecipato, e temiamo che improvvisamente il persecutore si riveli e ci appaia al fianco, o dietro, o davanti, e ci sorrida con infinita tenerezza.

Quali sono i libri che hanno formato la cultura sia di un francese che di un finlandese, e che ciascuno dovrebbe leggere? Certamente la cultura di ciascun occidentale è stata influenzata dalla Divina Commedia, da Shakespeare e, andando indietro, da Omero, Virgilio o Sofocle. Ma ne siamo stati influenzati perché li abbiamo letti?

Del resto la fotocopia è uno strumento di estrema utilità, ma molte volte costituisce anche un alibi intellettuale: cioè uno, uscendo dalla biblioteca con un fascio di fotocopie, ha la certezza che non potrà di solito mai leggerle tutte, non potrà neanche poi ritrovarle perché incominciano a confondersi tra di loro, ma ha la sensazione di essersi impadronito del contenuto di quei libri. Prima della xerociviltà costui si faceva lunghe schede a mano in queste enormi sale di consultazione e qualcosa gli rimaneva in testa. Con la nevrosi da fotocopia c’è il rischio che si perdano giornate in biblioteca a fotocopiare libri che poi non vengono letti.

Le opere letterarie ci invitano alla libertà dell’interpretazione, perché ci propongono un discorso dai molti piani di lettura e ci pongono di fronte alle ambiguità e del linguaggio e della vita.

La fantascienza è, in altri termini, narrativa dell’ipotesi, della congettura o dell’abduzione, e in tal senso è gioco scientifico per eccellenza, dato che ogni scienza funziona per congetture, ovvero per abduzioni.

Posso leggere la Bibbia, Omero o Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi.

Si pubblicano molti libri di stupidi perché di primo acchito ci convincono. Il redattore editoriale non è tenuto a riconoscere lo stupido. Non lo fa l’accademia delle scienze, perché dovrebbe farlo l’editoria?

Siamo circondati di poteri immateriali, che non si limitano a quelli che chiamiamo valori spirituali, come una dottrina religiosa […] E tra questi poteri annovererei anche quello della tradizione letteraria, vale a dire del complesso di testi che l’umanità ha prodotto e produce non per fini pratici (come tenere registri, annotare leggi e formule scientifiche, verbalizzare sedute o provvedere orari ferroviari) ma piuttosto gratia sui, per amore di se stessi – e che si leggono per diletto, elevazione spirituale, allargamento delle conoscenze, magari per puro passatempo, senza che nessuno ci obblighi a farlo (se si prescinde dagli obblighi scolastici).

A che cosa serve questo bene immateriale che è la letteratura? […]
La letteratura tiene Tiene anzitutto in esercizio la lingua come patrimonio collettivo. La lingua, per definizione, va dove essa vuole, nessun decreto dall’alto, né da parte della politica, né da parte dell’accademia, può fermare il suo cammino e farla deviare verso situazioni che si pretendano ottimali.
La lingua va dove vuole ma è sensibile ai suggerimenti della letteratura. Senza Dante non ci sarebbe stato un italiano unificato. […]
E se qualcuno oggi lamenta il trionfo di un italiano medio diffusosi attraverso la televisione, non dimentichiamo che l’appello a un italiano medio, nella sua forma più nobile, è passato attraverso la prosa piana e accettabile di Manzoni e poi di Svevo o di Moravia.

Uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi.

Definite sempre un termine quando lo introducete per la prima volta. Se non sapete definirlo evitatelo. Se è uno dei termini principali della vostra tesi e non riuscite a definirlo piantate lì tutto. Avete sbagliato tesi (o mestiere).

Una biblioteca non si limita a raccogliere i tuoi libri, li legge anche per conto tuo.

Una volta un tale che doveva fare una ricerca andava in biblioteca, trovava dieci titoli sull’argomento e li leggeva; oggi schiaccia un bottone del suo computer, riceve una bibliografia di diecimila titoli, e rinuncia.

Il mondo possibile della narrativa è l’unico universo in cui noi possiamo essere assolutamente sicuri di qualcosa, e che ci fornisce una idea molto forte di Verità.

I libri sono un’assicurazione sulla vita, una piccola anticipazione di immortalità. All’indietro anziché in avanti.

La letteratura, contribuendo a formare la lingua, crea identità e comunità. Ho parlato prima di Dante, ma pensiamo a cosa sarebbe stata la civiltà greca senza Omero, l’identità tedesca senza la traduzione della Bibbia fatta da Lutero, la lingua russa senza Puskin. […]
La lettura delle opere letterarie ci obbliga a un esercizio della fedeltà e del rispetto nella libertà dell’interpretazione C’è una pericolosa eresia critica, tipica dei nostri giorni, per cui di un’opera letteraria si può fare quello che si vuole, leggendovi quanto i nostri più incontrollabili impulsi ci suggeriscono. Non è vero. Le opere letterarie ci invitano alla libertà dell’interpretazione, perché ci propongono un discorso dai molti piani di lettura e ci pongono di fronte alle ambiguità e del linguaggio e della vita. Ma per poter procedere in questo gioco, per cui ogni generazione legge le opere letterarie in modo diverso, occorre essere mossi da un profondo rispetto verso quella che io ho altrove chiamato l’intenzione del testo.

Quando scrivi un libro non hai il controllo su quello che gli altri capiranno.

Ci sono due tipi di libro, quelli da consultare e quelli da leggere. I primi (il prototipo è l’elenco telefonico, ma si arriva sino ai dizionari e alle enciclopedie) occupano molto posto in casa, sono difficili da manovrare, e sono costosi. Essi potranno essere sostituiti da dischi multimediali, così si libererà spazio […] I libri da leggere non potranno essere sostituiti da alcun aggeggio elettronico. Sono fatti per essere presi in mano, anche a letto, anche in banca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell’intensità e regolarità delle nostre letture […] Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta.

Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che lo legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto.

Il bene di un libro sta nell’essere letto.

I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti a indagine. Di fronte a un libro non dobbiamo chiederci cosa dica ma cosa vuole dire.

E tu scopri che il mondo deve essere pieno di cose meravigliose e per conoscerle tutte, visto che la vita non ti basterà a percorrere tutta la terra, non rimane che leggere tutti i libri.

Il libro, creando un pubblico, produce lettori che a loro volta lo condizioneranno.

Uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi.

I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare.

Tutto quello che io penso è stato già stampato.

Sino ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose, umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero fra loro.

Farsi una bibliografia significa cercare quello di cui non si conosce ancora l’esistenza. Il buon ricercatore è colui che è capace di entrare in una biblioteca senza avere la minima idea su di un argomento e uscirne sapendone un po’ di più.

Si pubblicano molti libri di stupidi perché di primo acchito ci convincono. Il redattore editoriale non è tenuto a riconoscere lo stupido. Non lo fa l’accademia delle scienze, perché dovrebbe farlo l’editoria?

Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazioni di questo genere.

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Frasi di Umberto Eco sulla cultura

Un uomo colto come Umberto Eco non può non essere preso a modello per gli amanti del sapere, della lettura e dell’erudizione. Non a caso il giornalista Ferruccio De Bortoli, in occasione della sua morte, scrisse di lui: “Addio a Umberto Eco. Scopritore di quello che siamo e inventore di quello che vorremmo essere. Il senso delle parole, il senso della vita”.
Una figura di tale spessore non può non essere celebrata attraverso le frasi celebri di Umberto Eco sulla cultura:

Per me l’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone, ma colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve, e in due minuti.

Essere colti non significa ricordare tutte le nozioni, ma sapere dove andare a cercarle.

La cultura di massa è l’anticultura.

La testimonianza peggiore in favore di un’opera è l’entusiasmo con cui la massa si rivolge ad essa.

Gli intellettuali non risolvono le crisi, ma le creano.

La cultura libera il corpo dalla schiavitù del lavoro e lo dispone alla contemplazione.

La saggezza non sta nel distruggere gli idoli, sta nel non crearne mai.

Il che m’indurrebbe a riflettere su come, in questo universo globalizzato in cui pare che ormai tutti vedano gli stessi film e mangino lo stesso cibo, esistano ancora fratture abissali e incolmabili tra cultura e cultura. Come faranno mai a intendersi due popoli di cui uno ignora Totò?

Non credo che Benedetto XVI sia un grande filosofo, né un grande teologo, anche se generalmente viene rappresentato come tale. Le sue polemiche, la sua lotta contro il relativismo sono, a mio avviso, semplicemente molto grossolane, nemmeno uno studente della scuola dell’obbligo le formulerebbe come lui. La sua formazione filosofica è estremamente debole.

Il grande problema della scuola oggi è insegnare ai giovani a filtrare le informazioni di Internet, cosa di cui non sono però capaci neppure i professori, perché sono neofiti in questo campo.

Il bello di un procedimento scientifico è che esso non fa mai perdere tempo agli altri: anche lavorare sulla scia di una ipotesi scientifica per scoprire poi che bisogna confutarla significa avere fatto qualcosa di utile sotto l’impulso di una proposta precedente.

La televisione dà la cultura a chi non ce l’ha e la toglie a chi ce l’ha.

La domanda fondamentale della filosofia è la stessa di quella di un romanzo giallo: chi è il colpevole?

È difficile individuare lo stupido. Uno stupido può prendere anche il premio Nobel.

Cos’è la filosofia? Scusate il mio conservatorismo banale, ma non trovo ancora di meglio che la definizione che ne dà Aristotele nella Metafisica: è la risposta a un atto di meraviglia.

La filosofia è sempre una forma di alto dilettantismo in cui qualcuno, per tanto che abbia letto, parla sempre di cose su cui non si è preparato abbastanza.

Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto [… ] pone grande cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.

Più cose uno sa, più le cose non gli sono andate per il verso giusto.

Il piacere dell’erudizione è riservato ai perdenti.

Originalità e creatività altro non sono che il risultato della felice gestione di una combinatoria. Il genio creativo riesce a combinare – con maggior rapidità, maggior senso critico di ciò che va buttato via, maggior intuito di ciò che è da salvare – lo stesso materiale che era stato messo a disposizione del genio fallito.

La cultura medievale tutta è un commento della tradizione culturale.

Per me l’uomo colto è colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve.

La cultura medievale ha il senso dell’innovazione, ma si ingegna a nasconderla sotto le spoglie della ripetizione.

Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazioni di questo genere.

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Frasi di Umberto Eco sulla storia

Parallelamente alla carriera di scrittore, Umberto Eco ha portato avanti per tutta la sua vita la sua passione per la filosofia e la cultura medievale. I suoi studi e le sue pubblicazioni sono raccolte nel volume Scritti sul pensiero medievale, dedicato appunto all’Età di Mezzo che tanto lo affascinava e appassionava.
Un piccolo assaggio del suo lavoro su quest’epoca lo ritroviamo nelle prossime frasi di Umberto Eco sul medioevo:

Malgrado molte leggende, che ancora circolano su Internet, tutti gli studiosi del Medioevo sapevano che la terra era una sfera.

Le mappe medievali non avevano funzione scientifica, ma rispondevano alla richiesta di favoloso da parte del pubblico.

Mentire riguardo al futuro produce la storia.

Una mappa non intendeva rappresentare la forma della terra ma elencare le città e i popoli che si potevano incontrare.

Di Bisanzio si ricordava un orologio monumentale nel mercato di Gaza, descritto nel VII secolo da Procopio, decorato nel fastigio da una testa di Gorgone che roteava gli occhi allo scoccare dell’ora. Al di sotto vi erano dodici finestre che segnavano le ore notturne; e dodici porte che si aprivano di ora in ora al passaggio di una statua di Helios e ne usciva Eracle che veniva incoronato da un’aquila volante.”

Perché Cesare prima di morire ebbe tempo di dire “Tu quoque, Brute”? Perché a vibrargli la pugnalata fatale non fu Marcelino Menendez y Pelayo.

Perché l’eredità fondamentale dell’illuminismo sta tutta qui: c’è un modo ragionevole di ragionare e, se si tengono i piedi per terra, tutti dovrebbero concordare su quello che diciamo, perché anche in filosofia bisogna dare retta al buon senso. […] Il buon senso ci dice che ci sono casi in cui possiamo concordare tutti su come vadano le cose.

La più grande rivoluzione politica fatta in Italia nell’ultimo secolo, la marcia su Roma, è stata fatta con il suo capo e organizzatore nella cuccetta di un treno.

La cultura medievale ha il senso dell’innovazione, ma si ingegna a nasconderla sotto le spoglie della ripetizione.

Il Medioevo ha conservato a modo suo l’eredità del passato ma non per ibernazione bensì per continua ritraduzione e riutilizzazione, è stata una immensa operazione di bricolage in bilico tra nostalgia, speranza e disperazione. Sotto la sua apparenza immobilistica e dogmatica è stato, paradossalmente, un momento di “rivoluzione culturale”. Tutto il processo è stato naturalmente caratterizzato da pestilenze e stragi, intolleranza e morte. Nessuno dice che il nuovo Medioevo rappresenti una prospettiva del tutto allegra. Come dicevano i cinesi per maledire qualcuno: “Che tu possa vivere in un’epoca interessante.

Le mappe medievali non avevano funzione scientifica, ma rispondevano alla richiesta di favoloso da parte del pubblico.

Quando il filosofo medievale parla di bellezza non intende soltanto un concetto astratto, ma si rifà a esperienze concrete.

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Frasi celebri di Umberto Eco sulla società

A partire dalla fine degli anni cinquanta, Umberto Eco si è occupato del ruolo e dell’influenza dei mass media nella cultura di massa. Su questo argomento si trovano raccolte le pubblicazioni dei suoi articoli in Diario minimo e in Apocalittici e integrati, nonché in Il costume di casa.
Il rapporto tra Umberto Eco e mass media è stato oggetto di clamorosi fraintendimenti nel 2015, quando, in occasione dell’ennesima laurea honoris causa, affermò che i social “danno diritto di parola a legioni di imbecilli”, dimostrandone la verità.
Ecco allora una breve panoramica sul lavoro e sul pensiero critico sul mondo e sulla società moderna attraverso alcune frasi significative di Umberto Eco:

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.

Quando la maggioranza sostiene di avere sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia.

Si nasce sempre sotto il segno sbagliato e stare al mondo in modo dignitoso vuol dire correggere giorno per giorno il proprio oroscopo.

La paranoia della cospirazione universale non finirà mai e non puoi stanarla perché non sai mai cosa c’è dietro. È una tentazione psicologica della nostra specie. Berlusconi ha passato tutte le sue campagne elettorali a parlare di doppia cospirazione, dei giudici e dei comunisti. Non ci sono più comunisti in circolazione, nemmeno a cercarli col lanternino, eppure per Berlusconi stavano tentando di conquistare il potere.

Democrazia è anche accettare una dose sopportabile di ingiustizia per evitare ingiustizie maggiori.

Col Grande Fratello di Orwell pochissimi spiavano tutti. Con quello televisivo, invece, tutti possono spiare pochissimi. Così che ci abitueremo a pensare al Grande Fratello come a qualcosa di molto democratico e sommamente piacevole.

I deboli sono carne da macello da usare quando servono a mettere in crisi il potere avverso e da sacrificare quando non servono più.

Ora il senso dell’identità si fonda sull’odio, sull’odio per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria. L’odio è la vera passione primordiale. È l’amore che è una situazione anomala. Per questo Cristo è stato ucciso: parlava contro natura. Non si ama qualcuno per tutta la vita, da questa speranza impossibile nascono adulterio, matricidio, tradimento dell’amico… Invece si può odiare qualcuno per tutta la vita. Purché sia sempre là a rinfocolare il nostro odio. L’odio riscalda il cuore.

Noi usiamo continuamente la parola “bello” per dire “una bella bistecca”, “una bella giornata”, “una bella notte d’amore”, “un bel bambino”, e così via. Vedete quindi che ci troviamo in un intrico di problemi, come già sa chi studia estetica. Alla fine mi sono accorto che noi, per muoverci nel mondo, giochiamo su pochissimi aggettivi (bello, brutto, buono, cattivo) coi quali copriamo tutto. Proprio per questo, in filosofia, quando uno deve definire cos’è il buono, cos’è il male, cos’è il bello, ci passa la vita o i secoli!

Pensa a una trasmissione come Drive in, al suo ritmo, alla quantità di cose che riesce a far vedere in due minuti e paragona due minuti di Drive in a due minuti della vecchia televisione. Un salto da fantascienza, no? Eppure a quanto pare la cosa non ha provocato traumi, noi siamo passati dal ritmo di valzer a quello di rock’n roll senza perdere nessuna memoria.

Il qualunquismo è una tara congeniale alla nostra cultura.

Il calcio è un rituale in cui i diseredati bruciano l’energia combattiva e la voglia di rivolta.

Il fenomeno twitter permette a certa gente, in fondo, di essere in contatto con gli altri, benché abbia una natura leggermente onanistica ed escluda la gente da tanti contatti faccia a faccia. Crea però da un lato un fenomeno anche positivo, pensiamo a cose che succedono in Cina o a Erdogan in Turchia. È stato anche un movimento di opinioni. Qualcuno ha detto se ci fosse stato internet ai tempi di Hitler, i campi di sterminio non sarebbero stati possibili perché la notizia si sarebbe diffusa viralmente. Ma d’altro canto […] dà diritto di parola a legioni di imbecilli, i quali prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società. […] Sono della gente che di solito veniva messa a tacere dai compagni […] e che adesso invece ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. […] Credo che dopo un poco si crei una sindrome di scetticismo, la gente non crederà più a quello che gli dice Twitter. All’inizio è tutto un grande entusiasmo, a poco poco a poco dice: chi l’ha detto? Twitter. Allora tutte balle.

Aveva ragione lei. Qualsiasi dato diventa importante se è connesso a un altro. La connessione cambia la prospettiva. Induce a pensare che ogni parvenza del mondo, ogni voce, ogni parola scritta o detta non abbia il senso che appare, ma ci parli di un Segreto. Il criterio è semplice: sospettare, sospettare sempre. Si può leggere in trasparenza anche un cartello di senso vietato.

L’essere umano è davvero una creatura straordinaria. Ha scoperto il fuoco, edificato città, scritto magnifiche poesie, dato interpretazioni del mondo, inventato mitologie etc… Ma allo stesso tempo non ha smesso di fare la guerra ai suoi simili, non ha smesso di ingannarsi, di distruggere l’ambiente circostante. La somma algebrica fra vigore intellettuale e coglioneria dà un risultato quasi nullo. Dunque, decidendo di parlare di imbecillità, rendiamo in un certo senso omaggio a questa creatura che è per metà geniale, per metà imbecille.

A voler trovare connessioni se ne trovano sempre, dappertutto e tra tutto, il mondo esplode in una rete, in un vortice di parentele e tutto rimanda a tutto, tutto spiega tutto…

Un tempo la reputazione era soltanto o buona o cattiva, e quando si rischiava una cattiva reputazione (perché si faceva fallimento o perché ci dicevano cornuto) si arrivava a riscattarla col suicidio o col delitto d’onore. Naturalmente tutti aspiravano ad avere una buona reputazione. Ma da tempo il concetto di reputazione ha ceduto il posto a quello di notorietà. Conta essere “riconosciuto” dai propri simili, ma non nel senso del riconoscimento come stima o premio, bensì in quello più banale per cui, vedendoti per strada, gli altri possano dire “guarda, è proprio lui”. Il valore predominante è diventato l’apparire, e il modo più sicuro è apparire in televisione. E non è necessario essere Rita Levi Montalcini o Mario Monti, basta confessare in una trasmissione strappalacrime che il coniuge ti ha tradito.

L’italiano è infido, bugiardo, vile, traditore, si trova più a suo agio col pugnale che con la spada, meglio col veleno che col farmaco, viscido nella trattativa, coerente solo nel cambiar bandiera a ogni vento.

Questo è il bello dell’anarchia di Internet. Chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza.

La decadenza dei costumi non sta in ciò che fanno Lady D e l’amante, ma nel fatto che i lettori paghino per farselo raccontare.

Le preoccupazioni della stampa europea non sono dovute a pietà e amore per l’Italia ma semplicemente al timore che l’Italia, come in un altro infausto passato, sia il laboratorio di esperimenti che potrebbero stendersi all’Europa intera.

Il comico e l’umorismo sono il modo in cui l’uomo cerca di rendere accettabile l’idea insopportabile della propria morte o di architettare l’unica vendetta che gli è possibile contro il destino o gli dei che lo vogliono mortale.

In politica l’appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale (“Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti”) ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche (“Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore”).

Internet è come un immenso magazzino (di informazioni), ma non può costituire di per sé la memoria.

Divento vecchio… vivo di ricordi. A me basterebbe incontrare Renée Falconetti e sottrarla a Pierre Cauchon. Ma ormai può solo capitare di incontrare Serena Grandi.

Nessuna rivoluzione sociale muterà sostanzialmente il volto tecnico-meccanico del mondo.

L’Apocalisse è un’ossessione del dissenter, l’integrazione è la realtà concreta di coloro che non dissentono.

Quando il terrorismo perde, non solo non fa la rivoluzione ma agisce come elemento di conservazione, ovvero di rallentamento dei processi di cambiamento.

Mike Bongiorno convince il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità.

Il politichese. Messaggi in codice, destinati a collegare politico a politico, passando sulla testa dei cittadini.

Siccome il popolo in quanto tale non esiste, il populista è colui che si crea una immagine virtuale della volontà popolare.

Sessualmente, negli ultimi due decenni, si è parlato troppo di liberazione: a parlarne sembrava che ormai chiunque potesse e dovesse fare all’amore tutto il giorno, con chiunque, a coppie, in gruppo, scambiandosi le mogli, le figlie, le zie, i fratelli, i mariti, passando allegramente da un sesso all’altro. Poi si è scoperto che queste cose sono facili da dire ma difficili da fare, costosissime in termini di tempo, denaro e salute.

Non sono le notizie che fanno il giornale, ma il giornale che fa le notizie.

Quello dell’identità europea è un problema antico. Ma il dialogo tra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali esiste da tempo. E su di esso si fonda una comunità che resiste alla più grande barriera: quella linguistica.

Di qualsiasi cosa i mass media si stanno occupando oggi, l’università se ne è occupata venti anni fa e quello di cui si occupa oggi l’università sarà riportato dai mass media tra vent’anni. Frequentare bene l’università vuol dire avere vent’anni di vantaggio. È la stessa ragione per cui saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare, di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza di immortalità.

Ora penso invece che il mondo sia un enigma benigno, che la nostra follia rende terribile perché pretende di interpretarlo secondo la propria verità.

E tu scopri che il mondo deve essere pieno di cose meravigliose e per conoscerle tutte, visto che la vita non ti basterà a percorrere tutta la terra, non rimane che leggere tutti i libri.

Una mappa non intendeva rappresentare la forma della terra ma elencare le città e i popoli che si potevano incontrare.

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Frasi significative di Umberto Eco sulla religione

Cresciuto nel cattolicesimo, Umberto Eco militò nel ramo giovanile dell’Azione Cattolica.
Abbandonò la fede cattolica, smettendo di credere in Dio e professandosi ateo, durante gli studi universitari su Tommaso d’Aquino. In un’intervista affermò ironicamente: «si può dire che lui [Tommaso d’Aquino] mi abbia miracolosamente curato dalla fede»
Non sorprenderà allora il tono indagatore che troverete nei prossimi aforismi di Umberto Eco su Dio e sulla religione:

Dio è così infinitamente potente da permettersi di essere buono.

Se la guardi perché è bella, e ne sei turbato (ma so che sei turbato, perché il peccato di cui la si sospetta te la rende ancora più affascinante), se la guardi e provi desiderio, perciò stesso essa è una strega. Sta’ in guardia, figlio mio… La bellezza del corpo si limita alla pelle. Se gli uomini vedessero quello che è sotto la pelle, così come accade con la lince di Beozia, rabbrividirebbero alla visione della donna. Tutta quella grazia consiste di mucosità e di sangue, di umori e di bile. Se si pensa a ciò che si nasconde nelle narici, nella gola e nel ventre, non si troverà che lordume. E se ti ripugna toccare il muco o lo sterco con la punta del dito, come mai potremmo desiderare di abbracciare il sacco stesso che contiene lo sterco?

I mass media prima ci hanno convinto che l’immaginario fosse reale, e ora ci stanno convincendo che il reale sia immaginario, e tanta più realtà gli schermi televisivi ci mostrano, tanto più cinematografico diventa il mondo di tutti i giorni. Sino a che, come volevano alcuni filosofi, penseremo di essere soli al mondo, e che tutto il resto sia il film che Dio o un genio maligno ci proietta davanti agli occhi.

Anche una guerra santa è una guerra. Per questo forse non dovrebbero esserci guerre sante.

Spesso sono gli inquisitori a creare gli eretici.

L’umanità non sopporta il pensiero che il mondo sia nato per caso, per sbaglio. Solo perché quattro atomi scriteriati si sono tamponati sull’autostrada bagnata. E allora occorre trovare un complotto cosmico, Dio, gli angeli o i diavoli.

Ecco, forse l’unica vera prova della presenza del diavolo è l’intensità con cui tutti in quel momento ambiscono saperlo all’opera.

La prima qualità di un onest’uomo è il disprezzo della religione, che ci vuole timorosi della cosa più naturale del mondo, che è la morte, odiatori dell’unica cosa bella che il destino ci ha dato, che è la vita, e aspiranti a un cielo dove di eterna beatitudine vivono solo i pianeti, che non godono né di premi né di condanne, ma del loro moto eterno, nelle braccia del vuoto. Siate forte come i saggi dell’antica Grecia e guardate alla morte con occhio fermo e senza paura.

Gli uomini non fanno mai il male così completamente ed entusiasticamente come quando lo fanno per convinzione religiosa.

Perché Dio è l’essere perfettissimo? Perché se fosse imperfettissimo sarebbe mio cugino Gustavo.

Se Dio esistesse, sarebbe una biblioteca.

Perché san Paolo non era sposato? Perché con tutti i viaggi che ha fatto, se avesse dovuto scrivere lettere anche alla moglie, il Nuovo Testamento avrebbe dimensioni proibitive.

Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza.

Ma poi mi rendo conto che il problema della Stupidità ha la stessa valenza metafisica del problema del Male, anzi di più: perché si può persino pensare (gnosticamente) che il male si annidi come possibilità rimossa del seno stesso della Divinità; ma la Divinità non può ospitare e concepire la Stupidità, e pertanto la sola presenza degli stupidi nel Cosmo potrebbe testimoniare della Morte di Dio.

Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimo con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro.

Non ci fa paura la bestemmia, perché anche nella maledizione di Dio riconosciamo l’immagine stranita dell’ira di Geova che maledice gli angeli ribelli. Non ci fa paura la violenza di chi uccide i pastori in nome di qualche fantasia di rinnovamento, perché è la stessa violenza dei principi che cercarono di distruggere il popolo di Israele. Non ci fa paura il rigore del donatista, la follia suicida del circoncellione, la lussuria del bogomilo, l’orgogliosa purezza dell’albigese, il bisogno di sangue del flagellante, la vertigine del male del fratello del libero spirito: li conosciamo tutti e conosciamo la radice dei loro peccati che è la radice stessa della nostra santità. Non ci fanno paura e soprattutto sappiamo come distruggerli, meglio, come lasciare che si distruggano da soli portando protervamente allo zenit la volontà di morte che nasce dagli abissi stessi del loro nadir. Anzi, vorrei dire, la loro presenza ci è preziosa, si iscrive nel disegno di Dio, perché il loro peccato incita la nostra virtù, la loro bestemmia incoraggia il nostro canto di lode, la loro sregolata penitenza regola il nostro gusto del sacrificio, la loro empietà fa risplendere la nostra pietà, così come il principe delle tenebre è stato necessario, con la sua ribellione e la sua disperazione, a far meglio rifulgere la gloria di Dio, principio e fine di ogni speranza.

Bello era un valore, doveva coincidere col buono, col vero e con tutti gli altri attributi dell’essere e della divinità.

La giustizia non è mossa dalla fretta… e quella di Dio ha secoli a disposizione.

Quand’anche Gesù fosse –per assurdo- un personaggio inventato dagli uomini, il fatto che abbia potuto essere immaginato da noi bipedi implumi, di per sé sarebbe altrettanto miracoloso (miracolosamente misterioso) del fatto che il figlio di un Dio si sia veramente incarnato. Questo mistero naturale e terreno non cesserebbe di turbare e ingentilire il cuore di chi non crede.

Molte reliquie che si conservano qui a Costantinopoli sono di dubbiosissima origine, ma il fedele che le bacia sente emanare da esse aromi soprannaturali. È la fede che le fa vere, non esse che fanno vera la fede.

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Umberto Eco: aforismi sulla traduzione e sulla scrittura

Umberto Eco ha scritto non solo romanzi di successo, ma anche (e forse soprattutto) saggi su diversi argomenti: dalla semiotica alla filosofia. Non a caso, anche grazie a lui si deve il corso di laurea in Scienze della comunicazione.
Il suo bestseller, Il nome della rosa, è stato tradotto in più di 40 lingue e ha venduto oltre 50 milioni di copie in tutto il mondo.
Era quindi impossibile tralasciare, in una raccolta dedicata alle più belle frasi di Umberto Eco, l’aspetto relativo alla scrittura e alla traduzione che vi proponiamo di seguito:

La traduzione è una delle forme dell’interpretazione e deve sempre mirare, sia pure partendo dalla sensibilità e dalla cultura del lettore, a ritrovare non dico l’intenzione dell’autore, ma l’intenzione del testo, quello che il testo dice o suggerisce in rapporto alla lingua in cui è espresso e al contesto culturale in cui è nato.

A questo mondo o si legge o si scrive, gli scrittori scrivono per disprezzo verso i colleghi, per avere ogni tanto qualche cosa di buono da leggere.

Fare una tesi significa divertirsi e la tesi è come il maiale, non se ne butta via niente.

Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni.

[Sull’ Esperanto] Ho studiato un po’ tutte queste utopie sulla creazione della lingua perfetta o della lingua originaria, la lingua di Adamo, fino a quelle lingue che sono dette universali – come l’Esperanto, il Volapük e le altre –, che non ambiscono ad essere lingue “perfette”, ma lingue “ausiliarie”. E in questo caso ho persino studiato la grammatica dell’Esperanto per capire di cosa si trattasse. E sono arrivato a due conclusioni. È una lingua molto, molto ben fatta. Dal punto di vista linguistico, segue davvero criteri ammirevoli di economia ed efficienza. In secondo luogo, tutti i movimenti per le lingue internazionali hanno fallito, ma non quello per l’Esperanto, che ancora oggi riunisce una moltitudine di persone in tutto il mondo, perché dietro all’Esperanto vi è un’idea, un ideale. Voglio dire che Zamenhof non ha solo costruito un oggetto linguistico: dietro a questo vi era un’idea di fratellanza, un’idea pacifista, e la forza di questo ideale – per il quale l’Esperanto è stato anche perseguitato sotto il nazismo e lo stalinismo – riunisce ancora la comunità degli esperantisti. Non si può dire che abbia fallito. Ma una cosa deve essere detta. Il motivo per cui qualsiasi lingua ha successo è sempre indefinibile.

L’idea del Nome della rosa mi venne quasi per caso e mi piacque perché la rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno: rosa mistica, e rosa ha vissuto quel che vivono le rose, la guerra delle due rose, una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, i rosacroce, grazie delle magnifiche rose, rosa fresca aulentissima. Il lettore ne risultava giustamente depistato, non poteva scegliere una interpretazione; e anche se avesse colto le possibili letture nominaliste del verso finale ci arrivava appunto alla fine, quando già aveva fatto chissà quali altre scelte. Un titolo deve confondere le idee, non irreggimentarle. Nulla consola maggiormente un autore di un romanzo che lo scoprire letture a cui egli non pensava, e che i lettori gli suggeriscono.

L’autore dovrebbe morire dopo aver scritto. Per non disturbare il cammino del testo.

L’ambiguità delle nostre lingue, la naturale imperfezione dei nostri idiomi, non rappresentano il morbo postbabelico dal quale l’umanità deve guarire, bensì la sola opportunità che Dio aveva dato ad Adamo, l’animale parlante. Capire i linguaggi umani, imperfetti e capaci nello stesso tempo di realizzare quella suprema imperfezione che chiamiamo poesia, rappresenta l’unica conclusione di ogni ricerca della perfezione.

Il giornalista è uno storico del presente, ma non sempre i buoni libri di storia si scrivono in un giorno, spesse volte in un’ora, spesse volte in un minuto.

Anzitutto, se alcuni giovani scrittori sono presi da esigenze di mercato questo non esclude che, se ci guardiamo in giro, esista il gruppo che fa la rivistina dove per vocazione si produce senza pretese di far cassa. Poi, negli anni Cinquanta in televisione la rubrica sui libri di Luigi Silori s’intitolava Decimo Migliaio, il che voleva dire che se un libro riusciva ad arrivare a diecimila copie era un successo al pari di Via col vento. Quindi chi faceva letteratura (ma anche pittura: il contemporaneo allora non veniva venduto certo per milioni di dollari) sapeva benissimo che non era da quella attività che avrebbe tratto da vivere. Ora, si metta nella situazione di uno scrittore che vede intorno a sé un mercato che può trasformare il suo prodotto in qualcosa che gli permette di vivere.

Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

La semiotica ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere ASSUNTA come segno. È segno ogni cosa che possa essere assunto come un sostituto significante di qualcosa d’altro. Questo qualcosa d’altro non deve necessariamente esistere, né deve sussistere di fatto nel momento in cui il segno sta in luogo di esso. In tal senso la semiotica, in principio, è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire.

Tradurre significa sempre “limare via” alcune delle conseguenze che il termine originale implicava.

C’è una sola cosa che si scrive solo per se stesso, ed è la lista della spesa. Serve a ricordarti che cosa devi comperare, e quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro. Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno.

Un sogno è una scrittura, e molte scritture non sono altro che sogni.

Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni.

Per capire un testo – e a maggior ragione per tradurlo – bisogna fare una ipotesi sul mondo possibile che esso rappresenta.

La traduzione, ed è principio ormai ovvio in traduttologia, non avviene tra sistemi, bensì tra testi.

Come scrivere bene.
Ho trovato su Internet una serie di istruzioni su come scrivere bene. Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura.

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Immagini con frasi di Umberto Eco

Per concludere, se il pensiero di questo immenso intellettuale vi ha colpito e volete condividere il suo brillante pensiero sui social, questa è la sezione dedicata a voi.
Ci sono molte frasi e immagini di Umberto Eco tra cui potete scegliere, sui più disparati temi: dediche d’amore, frasi sui libri e sulla lettura, considerazioni sulla società e tanto altro, pronte per essere scaricate e condivise!

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I libri si rispettano usandoli, non lasciandoli stare. (Umberto Eco)
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Tutto quello che io penso è stato già stampato. (Umberto Eco)
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L’amore vero vuole il bene dell’amato. (Umberto Eco)
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L’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità. (Umberto Eco)
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L’assenza è all’amore come il vento al fuoco: spegne il piccolo, fa avvampare il grande. (Umberto Eco)
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Un romanzo è una macchina per generare interpretazioni. (Umberto Eco)
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Il bene di un libro sta nell’essere letto. (Umberto Eco)
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Come va? Icaro: “Uno schianto” Edipo: “La mamma è contenta” Ulisse: “Siamo a cavallo” Lucrezia Borgia: “Prima beve qualcosa?” Enrico VIII: “Io bene, è mia moglie che…” Robespierre: “Cè da perderci la testa” Kant: “Situazione critica” Paganini: “L’ho già detto” Darwin: “Ci si adatta” Kafka: “Mi sento un verme” Dracula: “Sono in vena” Freud: “Dica lei” D’Annunzio: “Va che è un piacere” (Umberto Eco)
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La bellezza del cosmo è data non solo dalla unità nella varietà, ma anche dalla varietà nell’unità. (Umberto Eco)
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E tu scopri che il mondo deve essere pieno di cose meravigliose e per conoscerle tutte, visto che la vita non ti basterà a percorrere tutta la terra, non rimane che leggere tutti i libri. (Umberto Eco)
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La cultura di massa è l’anticultura. (Umberto Eco)

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La televisione dà la cultura a chi non ce l’ha e la toglie a chi ce l’ha. (Umberto Eco)
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Più cose uno sa, più le cose non gli sono andate per il verso giusto. (Umberto Eco)
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Questo è il bello dell’anarchia di Internet. Chiunque ha diritto di manifestare la propria irrilevanza. (Umberto Eco)
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Internet è come un immenso magazzino (di informazioni), ma non può costituire di per sé la memoria. (Umberto Eco)
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Quando scrivi un libro non hai il controllo su quello che gli altri capiranno. (Umberto Eco)
frasi sulla lettura umberto eco
Le opere letterarie ci invitano alla libertà dell’interpretazione, perché ci propongono un discorso dai molti piani di lettura e ci pongono di fronte alle ambiguità e del linguaggio e della vita. (Umberto Eco)
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La cultura libera il corpo dalla schiavitù del lavoro e lo dispone alla contemplazione. (Umberto Eco)
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Lascia parlare il tuo cuore, interroga i volti, non ascoltare le lingue… (Umberto Eco)
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Ciascuno di noi ogni tanto è cretino, imbecille, stupido o matto. Diciamo che la persona normale è quella che mescola in misura ragionevole tutte queste componenti, questi tipi ideali. (Umberto Eco)
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La paura di morire dà fiato ai ricordi. (Umberto Eco)
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La superstizione porta sfortuna. (Umberto Eco)
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Si possono dire le cose sbagliate, basta che le ragioni siano giuste. (Umberto Eco)
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Quando i veri nemici sono troppo forti, bisogna pur scegliere dei nemici più deboli. (Umberto Eco)
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Per non apparire sciocco dopo, rinuncio ad apparire astuto ora. (Umberto Eco)

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